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Li mëtëturë
lavoravano in gruppi detti paranzë,
composte da quattro operai, che procedevano trasversalmente sul campo, e da lu
lëgatorë
o lëgandë,
il quale raccoglieva li jìermëtë,
tagliati dai compagni, e li univa insieme formando la
gregnë,
legata con un manipolo di spighe. Tutti i mietitori infilavano dei cannelli alle
dita della mano sinistra, per proteggerle dai tagli delle falci, ed indossavano la
vandärë
e un bracciale di pelle per non pungersi sulla rëstoccë.
Avevano diritto ad un'ora di pausa, a mezzogiorno, quando mangiavano, dind'alu
gravättëlë
( scodella in legno o in terracotta ), la loro colazione consistente in acquasälë
di pomodori con aglio, cipolla ed olio, e bevevano vino da una fjiaschë
di legno a doghe. I covoni venivano accatastati, sul campo, in aussìellë,
con le spighe disposte all'interno per permettere lo scolo di eventuali acque
piovane e poi venivano trasportati sop'a l'arje,
dove venivano accatastati in enormi biche in attesa di trebbiarli. la
trebbiatura avveniva, pë
la trrèzzë
di cavalli, che al centro del grande cerchio di grano, giravano ripetutamente
sulle spighe, calpestandole con gli zoccoli. Man mano che i cavalli pestavano le
spighe, il grano pestato veniva ammucchiato usando pale di legno, in attesa che
venisse ventilato. La trebbiatura poteva avvenire anche per mezzo di un grosso
rullo, trainato da cavalli, che frantumavano le spighe girandovi sopra
pesantemente, oppure col metodo più antico, con le mazze. Le spigolatrici
usavano tutti questo metodo e, battendo sul mucchio di spighe pë
li mmazzë
o pë
lu manganìellë,
"ammazzucàvënë
lu ggränë".
Il grano trebbiato veniva poi ventilato, su alture o luoghi esposti a venti ed
alle correnti d'aria, nelle ore pomeridiane prima del vespro, "a
la frëskurë"
e successivamente passato al setaccio, pë
lu färnarë
e ppe lu cërnicchjë,
sopra enormi teloni "ràkënë",
prima di immagazzinarlo nelle fosse. Con l'avvento della meccanizzazione, per
trebbiare si usava la trebbia, sull'aia pubblica della collina Serpente, i
contadini usavano erigere ognuno il proprio pignonë;
vi piantavano sulla cima un segno di riconoscimento e lo facevano registrare dal
vigile campestre del comune, in attesa del proprio turno per la trebbiatura.
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