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  La sacra icona
L'antica icona di Maria S.S. della Misericordia > La sacra icona  

"L’icona di Maria SS. della Misericordia per gli ascolani non è una immagine della Vergine, ma il simbolo di una madre amata perché si è sempre interessata dei suoi figli nell’ora della prova, quando essi l’hanno invocata sperimentandone l’efficace intervento."

L’antichissimo quadro di Maria SS. della Misericordia, risalente al secolo XIII, è un dipinto su tavola di castagno delle dimensioni di metri 1,57 per 0,73, opera di un artista bizantino o di un artista locale ispiratosi ai Bizantini. Dai documenti a nostra disposizione vengono fuori quattro differenti rappresentazioni della sacra Immagine:

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. La prima è quella riportata nell’opuscolo “Vita e Novena del Martire S. Potito e Novena di M. SS. della Misericordia, Ascoli Satriano, 1925”. L’Immagine è tutta nascosta sotto la Veste ad eccezione del volto, delicato, e delle spalle. Il capo è coperto da un manto che scende a coprirne il corpo. Sull’omero sinistro fa mostra di sé una coccarda, mentre una collana a sei giri ne adorna il collo, che s’intravede dalla piccola apertura a triangolo del manto. Il Bambino dal volto giovanile ha anch’Egli al collo una collana a sei giri e una coccarda sull’omero destro. La Veste che ricopre il dipinto nasconde sia le mani della Madonna che quelle del Bambino; esse appariranno nella seconda immagine.

2. La seconda è quella che fu riprodotta sulle copie a colori - dimensioni cm. 31 x 21 - distribuite nel giorno dell’Incoronazione (29 maggio 1930) e stampate in numero straordinario: tutti gli ascolani l’acquistarono, sia in occasione della festa che in seguito, per esporla in casa come segno di protezione della mamma celeste, non solo in Ascoli ma anche nei luoghi dove emigrarono, specialmente in America. La Veste è scomparsa lasciando vedere l’intera pittura. La Vergine con il braccio destro sostiene il Figlio e con la mano sinistra Lo indica come Via da seguire. Il Bambino solleva in alto la destra nell’atto di benedire, mentre con la sinistra stringe il rotolo della Parola di Dio con la Chiave. Un velo di colore rosso, simbolo della pienezza di grazia e santità (Lei è la piena di grazia), ricopre il capo e le spalle, lasciando appena intravedere la faccia, mentre un manto di colore azzurro, simbolo della eternità e della divinità (Maria è la Madre di Dio), avvolge il corpo; sull’omero sinistro brilla una stella dorata. Sullo sfondo sono dipinti i gigli di Francia. Il volto della Vergine è molto delicato, con labbro fine e naso regolare, di colore scuro, come è confermato anche nel documento del 27 maggio 1891, riportato a pagina 28, dove una fanciulla quindicenne, che si trovava nella chiesa S. Maria del popolo, affermava che di colore nero è appunto la fisionomia di detta immagine (Maria SS. della Misericordia). Nella chiesa di Maria SS. del Soccorso di Ascoli si conserva una riproduzione di questa seconda Immagine, delle stesse dimensioni del quadro originale, e lo sostituisce quando quello si trova esposto alla devozione del popolo in Cattedrale.

3. La terza è il frutto del restauro dell’anno 1954. Poiché il dipinto era molto deteriorato, già il Vescovo Mons, Vittorio Consigliere con lettera del 20.09.1940 inviata alla Soprintendenza ai Monumenti e alle Gallerie della Puglia e della Lucania di Bari avviò le pratiche per il restauro. La richiesta venne accolta e fu inviato ad Ascoli il Restauratore per l’esame del quadro. Intanto il Soprintendente Alfredo Barbacci, con lettera inviata al Vescovo il 22 ottobre 1940, Prot. N. 3329, così si esprimeva: «Per il pagamento della missione già compiuta dal nostro restauratore e di quella che a Vostra richiesta dovranno compiere il Soprintendente e il Restauratore è necessario che sia trasmessa a questo ufficio la somma di L 259,85». Il Vescovo rispondeva il 1° gennaio 1941«notificando il ritardo della presente e chiedendo la data dell’invio del Restauratore, facendo notare che il quadro sarà a disposizione nel giugno prossimo». Il Soprintendente con nota del 21 maggio 1941 - XIX,. Prot. N. 1247, scriveva: «Eccellenza, appena possibile verrò col Restauratore per esaminare il dipinto della Chiesa del Soccorso e determinare i lavori occorrenti. Il nostro Restauratore è ora molto occupato in diversi lavori che conduce contemporaneamente a Bari, a Molfetta e a Brindisi. Spero tuttavia che in giugno, quando il dipinto sarà disponibile, potrà avere un po’ di tempo libero. Non vi nascondo, però, che se poteste mandarci l’opera, il lavoro riuscirebbe migliore e meno costoso, come è avvenuto in questi giorni per la tavola di S. Nicola Pellegrino della Cattedrale di Trani, anch’essa veneratissima, restaurata nel nostro gabinetto di Bari. Ma se Voi insistete perché il lavoro sia compiuto ad Ascoli Satriano ne sarete accontentato, come ho già promesso. Con devoti ossequi». Il Vescovo in data 2 giugno 1941 rispondeva: «Ill. mo signor Soprintendente, con riferimento a preg. Vostra del 21 u. s., Prot. N. 1247, ringrazio della cortese comunicazione. In questo mese dunque attendiamo il restauratore. Per conto mio sarei del Vostro parere, ma tutti gli altri, cioè la Congrega, l’Incaricato d’Arte, il Clero, per la ragione che già vi accennai, pregano si eseguisca qui la riparazione, tanto più che per la circostanza della guerra il quadro resterà esposto in Cattedrale alla venerazione dei fedeli, i quali a stento già si rassegneranno di starne privi anche per quei pochi giorni necessari alla riparazione qui sul luogo. Intanto accludo vaglia del Banco di Napoli N. 0023651 di L. 260 (Duecentosessanta), somma richiesta per il sopralluogo. Con ossequio». Il lavoro di restauro, o riparazione, non fu più eseguito per il precipitare dei calamitosi eventi bellici, che si protrassero per molti anni, e la prematura morte del degnissimo Vescovo avvenuta in Roma il 15 marzo 1946. Le pratiche andate a vuoto per il protrarsi della seconda guerra mondiale e la prematura morte di Mons. Consigliere furono riprese dal suo successore Mons. Donato Pafundi con la stessa Soprintendenza di Bari, e il restauro fu completato nel 1954. Il Vescovo incaricò l’esperto Can. Don Genesio Pedroni, che aveva conosciuto a Roma, di seguire da vicino le fasi del restauro, che fu eseguito, usando tutti i sofisticati accorgimenti che la scienza allora suggeriva per effettuare simili difficili interventi. Don Genesio compì con diligenza il suo ufficio recandosi sovente a Bari. Un giorno ai confratelli sacerdoti, che lo interrogarono sull’esito del lavoro di restauro, confidò: «Del volto a noi già noto della Madonna resta ben poco, ne vedremo uno del tutto nuovo; speriamo che il popolo non si ribelli!». Nello spazio di circa un anno il delicato restauro era quasi terminato; mancava solo lo sfondo, per cui il quadro non ancora poteva essere portato ad Ascoli. Fu allora che per evitare una ulteriore lunga attesa, don Genesio, che era anche abile pittore e restauratore, col permesso della Soprintendenza, portò in tutta segretezza il quadro nella Casa Canonica della Cattedrale e vi applicò lo sfondo in oro zecchino, che purtroppo coprì i gigli e tutto lo sfondo della seconda immagine. Così era pronta una nuova versione pittorica della sacra Immagine, dalle vesti solo di color rosso, che rimase esposta alla venerazione dei fedeli per oltre mezzo secolo. In essa vennero eliminati gli sgarbi di uno pseudo pittore del principio del 1900, che, ispirandosi forse ad altre immagini, aveva ridotte le dimensioni del viso e delle mani della Vergine: con il restauro, invece, il volto ritornava ad essere molto aperto col naso leggermente aquilino, e le mani erano di nuovo elegantemente allungate; quella sinistra si faceva particolarmente notare nel suo protendersi verso Gesù, Via, Verità e Vita.

4. La quarta è il risultato dell’ultimo restauro promosso dal Vescovo Mons. Felice Di Molfetta ed eseguito nel 2010 nello studio di Trani dal M°. Cosimo Cilli, che, nel portare a termine il delicatissimo lavoro, ha tenuto presenti tutti i canoni e usato gli accorgimenti suggeriti oggi dalla scienza in materia di restauri di capolavori antichi. Abbiamo così un quarto volto, che però possiamo considerare come il primo, perché si identifica quasi con l’originale risalente a otto secoli fa. Questa magnifica immagine dipinta in tempi tanto lontani è molto suggestiva: il volto pensoso, delicato e fine, i grandi occhi dolci e profondi, la nobiltà della figura moderatamente soffusa di mistero ispirano fiducia e invitano spontaneamente al raccoglimento e alla preghiera i credenti, creando nel loro animo le condizioni ideali per prestare attenzione alle insistenti sollecitudini nei loro riguardi della Madre di Dio. Sono riemersi i gigli che con gli atri simboli fanno da degna cornice alla vetusta sacra Icona. La sera del 13 agosto 2010 il quadro appena restaurato fu restituito al culto durante una toccante cerimonia presieduta dal Vescovo Mons. Felice Di Molfetta nella Concattedrale di Ascoli Satriano. Il restauratore con una esauriente spiegazione, supportata dalla proiezione di appropriate filmine, parlava agli intervenuti delle varie fasi del restauro, nel corso del quale - come egli affermava - erano apparsi i segni di ben quattro interventi sul quadro nel corso dei secoli. Egli destò ammirazione e meritò ampi consensi soprattutto quando rivelò che nel ritoccarne il volto si era avvicinato all’Icona con fede e trepidazione (amore et arte). Il Vescovo chiudeva la storica adunanza esortando gli Ascolani a gareggiare con i loro antenati nella devozione verso la Vergine Santissima e deponendo con solenne gesto ieratico la corona aurea sul capo della Vergine e del Bambino Gesù, tra la grande attenzione e commozione dei presenti che, rispondendo all’invito del Pastore, erano accorsi numerosi alla cerimonia.

  La sacra incoronazione
L'antica icona di Maria S.S. della Misericordia > La sacra incoronazione  

Il Vescovo Mons. Giovanni SodoIl 29 maggio 1930 alle ore 9 la venerata Immagine della Vergine venne solennemente trasportata in Piazza Cecco d’Ascoli (ora Piazza Giovanni Paolo II, Papa) e collocata su di un ampio palco innalzato accanto alla facciata della Chiesa del Purgatorio. Il Vescovo Mons. Sodo, con il Vescovo di Foggia, Mons. Fortunato Farina, e quello di Andria, Mons. Alessandro Macchi, salì sul palco, e «Alla presenza del Capitolo Cattedrale, del Clero, delle Corporazioni religiose, autorità civili e militari, associazioni, sezione combattenti», osservando il rito fissato nel documento della S. Congregazione dei Riti del 2 marzo 1897, benedisse le corone e intonò l’antifona Regina caeli, proseguita dai cantori.

Quindi, ornando con la corona il capo di Nostro Signore Gesù Cristo, disse: "Sicuti per manus nostras coronaris in terris; ita et a Te gloria atque honore coronari mereamur in caelis" ( Come con le nostre mani sei incoronato sulla terra, così possiamo meritare di essere da Te incoronati di gloria ed onore nei cieli ).

Poi, presa l’altra corona, la pose sul capo della B. Maria Vergine dicendo: "Sicuti per manus nostras coronaris in terris; ita per Te a Jesu Cristo filio Tuo gloria atque honore coronari mereamur in caelis" ( Come con le nostre mani sei incoronata sulla terra, così per mezzo di Te possiamo meritare di essere da Gesù Cristo Tuo Figlio incoronati di gloria e onore nei cieli ).

Un battimani lungo e scrosciante si levò dalla marea di popolo che stipava la piazza e le vie adiacenti, mentre i genitori sollevando in alto i loro figlioletti, o tenendoli a cavallo,indicavano loro la Madonna con amabile sorriso. Poi il Vescovo concludeva, declamando la solenne preghiera con cui si chiedeva al Padre che chiunque avesse invocato il soccorso della Vergine SS. dinanzi a quella sua Immagine venisse esaudito:

O Padre misericordioso, per l’invocazione della Madre del tuo Unigenito Figlio Signor Nostro Gesù Cristo, che volesti assumesse l’umana carne per la salvezza del genere umano, conservata l’integrità della Madre, concedi che tutti quelli che, per pregare la Santissima Vergine, si accingeranno a onorare supplichevolmente la stessa Regina della Misericordia e graziosissima nostra Signora dinanzi a questa Immagine siano liberati dai pericoli imminenti, e impetrino al cospetto della divina Tua Maestà il perdono dei peccati commessi e delle omissioni, e al presente meritino di ottenere la grazia che desiderano, e in futuro possano rallegrarsi con i tuoi eletti per l’eterna salvezza. Per lo stesso Cristo nostro Signore. Amen”.

Al canto del Te Deum si fece ritorno nella Cattedrale, dove Mons. Sodo circondato dal popolo santo di Dio e dalle ragguardevoli persone di cui sopra, celebrò il solenne Pontificale. Dopo la proclamazione del Vangelo, il predicatore Don Ludovico Esposito, concludendo un proficuo Mese Mariano, recitò dal pulpito il discorso ufficiale sul tema: "Corona aurea super caput eius". Così si accomiatava dal popolo, col quale aveva vissuto «Giorni indimenticabili di soavi emozioni e vicendevoli preghiere». Nel tardo pomeriggio ebbe luogo la processione, preceduta dalla licitazione, detta in dialetto ascolano la “lìcita”. In piazza, dinanzi al monumento ai caduti, si radunò una piccola folla di persone attorno a quelli che pretendevano portare in processione sulle loro spalle il quadro della Madonna e sorreggere il paliotto con le sei aste. Un pubblico Ufficiale per mezzo del banditore annunziava aperta la lìcita, per cui al maggior offerente sarebbe toccato l’onore di portare il quadro e il paliotto. I pretendenti presentavano nelle mani dell’Ufficiale la loro offerta in busta chiusa. L’Ufficiale dinanzi a due testimoni apriva tutte le buste, ma consegnava al banditore soltanto le due contenenti la maggior offerta; il banditore, con voce chiara annunziava tra la trepida attesa degli astanti: «Si spegne la prima candela; cinquemila lire la Madonna, cinquecento le mazze (cioè le sei aste del paliotto)». Si passava quindi alla seconda proposta e l’Ufficiale porgeva le due buste con l’offerta più pingue al banditore, che declamava: «Si spegne la seconda candela: settemila lire la Madonna, duemila le mazze». Per la terza volta si ripeteva il. Solito rito, e il banditore tuonava: «Si spegne la terza candela: diecimila lire la Madonna, tremila le mazze». Le somme furono subito consegnate alla Commissione della festa, mentre i vincitori si dirigevano commossi e lieti verso la Cattedrale per esercitare il loro ambito ufficio, che li avrebbe additati all’ammirazione del popolo fino alla prossima processione, quando i loro avversari li attendevano per prendersi la una nobile rivincita (Qui è da notare che la “lìcita” non fu più praticata dall’anno 1997 per disposizione di Mons. Giovan Battista Pichierri). E finalmente, alle ore 18, l’attesa Processione della veneratissima Immagine della celeste Protettrice col capo adorno dell’aurea corona sfilò per le vie cittadine. Apriva il lungo corteo il bianco stuolo delle bambine dell’Istituto “Pompei” col loro altissimo stendardo, guidate dalle Suore Domenicane del SS. Sacramento, seguivano le Suore di Carità con i “paggetti” dell’Asilo S. Giovanni, le Figlie di Maria, l’Azione Cattolica, le Congreghe di S. Maria degli Angeli, del Purgatorio, di San Rocco e S. Maria del Soccorso, il Seminario, i Frati Minori del Convento S. Potito, il Capitolo Cattedrale in cappa magna. Il Vescovo Mons, Sodo in abiti pontificali e i Vescovi di Foggia e di Andria in abiti prelatizi precedevano immediatamente la sacra Icona portata a spalle dai fortunati vincitori della licita, sotto l’ampio paliotto rosso ricamato in oro sorretto da sei vigorosi giovani. Seguivano le autorità e la commissione della festa, e una grande folla. Fu una «Processione trionfale. Maria, tra i canti e le preghiere, alternati con le liete note del concerto bandistico, incedeva sorridente e benedicente, nella sua maestà di Regina... E ogni casa, balcone, finestra ebbe il segno della gioia e dell’omaggio con luci e fiori»; e nel cuore di ammalati, afflitti, giovani, bimbi e quelli provati dal dubbio e dall’angoscia si accese il fuoco della fede e brillò la luce della speranza. Al ritorno della processione il quadro sostò in piazza, dove furono lanciati nello spazio alcuni palloni aerostatici sui quali si leggevano frasi inneggianti a Maria SS. della Misericordia, e mentre essi si allontanavano dondolando lentamente nel cielo, gli spari di artistici fuochi pirotecnici mettevano gioia nel cuore di tutti. Intanto il corteo raggiungeva la «Cattedrale che era artisticamente addobbata, e il suo frontespizio e la piazza centrale erano una fantasmagoria di luci e di colori». La solenne Cerimonia terminava con parole di esortazione ad amare Maria di Mons di Monsignor Sodo e la suggestiva Benedizione al popolo impartita in contemporanea dai tre Presuli presenti. Mons. Sodo era visibilmente commosso. Per lui la riuscita grandiosa cerimonia fu come il canto del cigno: infatti, sarebbe piamente morto in Portici (NA) il 23 luglio 1930.

I festeggiamenti si protrassero per due giorni come affermazione di un avvenimento di grande importanza. I fedeli continuarono ad affluire numerosi in Cattedrale sostando a lungo con viva fede dinanzi alla Icona della loro dolcissima “Mater Misericordiae”. Se il concerto bandistico allietò gli animi con l’esecuzione di allegre marce per le strade cittadine e di opere liriche sull’apposita cassa armonica, l’accensione di artistici fuochi pirotecnici alle ore 24 mise termine alle solenni onoranze, creando un clima di entusiasmo e di amore verso la Madonna negli animi dei fedeli, che rientrando in casa si dicevano l’un l’altro: «Oh, è stata una bella festa!» ( Ué, ié sth’th’ ‘na bella fest’! ).

  La veste e la corona
L'antica icona di Maria S.S. della Misericordia > La veste e la corona  

La Veste. Con il termine Veste della Madonna si indicava quella piastra argentea che per grande riverenza verso la Vergine Santissima ricopriva tutto il dipinto, lasciandone intravedere solo il volto. La Veste fino al 1924 veniva di solito applicata non solo sul quadro della Madonna della Misericordia di Ascoli ma anche su altri antichi quadri pugliesi, come l’Icona Vetere di Foggia, S. Maria Maggiore di Siponto, S. Maria di Pulsano, la Madonna di Ripalta di Cerignola (cfr. la suddetta Relazione del dott. Pasquale Rosario). Giova qui ricordare che ci sono note tre Vesti della Madonna della Misericordia: la prima, che fa vedere il volto e le spalle della Madonna; le altre due, invece, che lasciano libero solo il viso di Gesù e di Maria, sono attualmente esposte nel Museo presso la chiesa di S. Maria del Popolo in Ascoli Satriano: una di forma molto sobria, in legno argentato, l’altra d’argento con borchie in oro fusa nel 1827, come leggiamo nel Diario di Ascoli Satriano, di Ermenegildo Tedeschi: «Il giorno diciannove maggio, sabbato, partì per il ponte di Bovino una squadra di 14 civici a prendere la veste d’argento con i due cornucopi anche di argento, fatti a Maria Santissima della Misericordia dalli voti che aveva in vari pezzi d’argento ed oro. L’importo è asceso di detta veste e cornucopi a ducati 390. Si è posta la veste suddetta con massima devozione del pubblico, stando Maria Santissima nella chiesa dei soppressi Agostiniani, ove al solito si era portata processionalmente, essendo deputati Don Carlo Santoro, Don Luigi Boccardi (cieco ab infantia) e Don Domenico Farina » (Anno 1827, Capitolo I, Articolo 4). Volendo Monsignor Sodo eliminare la Veste per mostrare alla devozione del popolo l’intero sacro dipinto, vinse la forte opposizione degli Ascolani con la Incoronazione compiuta in un contesto di grande solennità; e riuscì nell’intento. Egli nella sua Omelia si compiace con gli Ascolani, i quali hanno accettato di buon grado la disposizione della Santa Sede, che consiglia di rimuovere dalle sacre Immagini le lamine d’argento (= la Veste) che le ricoprono tutte, eccetto il volto, e così restituirle al loro primitivo splendore.

La Corona d’oro. L’Incoronazione con aurea corona della vetusta Icona della Madonna della Misericordia, decretata dal Capitolo Vaticano il 10 novembre 1929, era il secondo solenne omaggio pubblico reso alla gran Madre di Dio, dopo la dichiarazione di Protettrice della città di Ascoli Satriano avvenuta il 1° aprile 1898. Gli Ascolani chiamati ad offrire l’oro per le due corone, una per la Vergine SS. e l’altra per il Bambino Gesù, risposero all’invito fatto dall’Arciprete (in nome dell’apposita Commissione) il quale dichiarava che «Quella corona d’oro sarebbe stata fulgida di tutti i palpiti dei nostri cuori grati e devoti». Molti mesi prima le donne accorrevano numerose per offrire i loro anelli ed orecchini d’oro nella Piazza principale, dove addossato al muro del palazzo Frezza c’era un tavolo: al centro sedeva un orefice, ai lati stavano in piedi i Sacerdoti don Potito Frezza e don Cesare Boffa, i quali ricevevano gli oggetti preziosi e li porgevano all’orefice, che, dopo averli passati sulla pietra di paragone, tratteneva i buoni e scartava i falsi. Il verbale stilato dal cancelliere Vescovile Don Giuseppe Capriglione il 29 maggio 1930 c’informa che “Le corone d’oro furono fatte fondere a Napoli dall’artista Antonio Innacoli con doni e offerte della popolazione. Le due corone sono del complessivo peso di gr. 405. La corona della Madonna, a stile bizantino, è di oro del titolo 750 con una rosa d’Olanda, un brillante e 25 altre pietre imitazione rubino. La corona del Bambino è anch’essa di forma bizantina, ma di dimensioni più piccole, e contiene 29 pietre imitazione rubino”. Le due corone furono consegnate al Vescovo dalla suddetta commissione alla presenza dei testimoni: Benedetto Arnone, Podestà di Ascoli, e Ettore Capecelatro, Pretore di Ascoli. Mons. Sodo, rifacendosi a S. Bernardo, afferma che a Maria Santissima competono tre corone: la corona di fiori perché è la Regina delle vergini, la corona di stelle perché è la Regina degli Apostoli, la corona d’oro perché è l’esemplare e la Regina dei martiri. «Anzi - continua - col pensiero uniamo insieme le tre corone formandone solamente una e diciamo. È tale la corona che Ascoli ha creduto donare a Maria SS.». E infine fa intervenire la Vergine, che rivolgendosi agli Ascolani afferma: «La mia corona siete voi; sono tanto lieta che mi avete preparato nel vostro cuore un triplice serto: belle corone espresse tutte nell’unica corona d’oro, bel trionfo della vostra fede e della vostra pietà cristiana».


fonte: dal libro "L'antica icona di Maria SS. della Misericordia in Ascoli Satriano"  di Don Antonio Silba


 


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